PANICO AL VILLAGGIO

C’era una volta, in un villaggio di nome Vil­laggio, un cavallo di nome Cavallo, che viveva con un cow-boy di nome Cow-Boy e un indiano di nome Indiano.
Cow-Boy e Indiano (che ha mantenuto l’accento americano anche nel doppiaggio) vivono con Cavallo e sono i combina-guai della famiglia. Per il suo compleanno gli regalano un barbecue fai-da-te (idea totalmente insensata perché il cavallo mangia solo biada). Sbagliano, però, a ordinare i mattoni (50 milioni invece di 50). Da questo incidente prende il via un’odissea senza capo né coda attraverso il centro della Terra, il Polo e i mari, sempre all’insegna dello humour e del non-senso, del surreale e del grottesco.
I due registi-maghi dell’animazione hanno cominciato la loro storia comprando al mercato delle pulci tre pupazzetti vintage di plastica – un cow-boy, l’indiano e il cavallo - e, invece di piazzarli in un western alla John Wayne, li hanno catapultati in un villaggio di quattro anime (il postino, il poliziotto, il fattore e la moglie) tra trattori, pecore e mucche.

I registi

 

Stéphane Aubier e Vincent Patar si diplomano con lode all’École Nationale Supérieure des Arts Visuels di Bruxelles nel 1991, corso di animazione. I due registi belgi sono meglio conosciuti con lo pseudonimo Pic Pic, riferito ai personaggi del loro primo successo, un’animazione in 2D che raccontava le avventure del maialino magico Pic Pic e di André il cavallo.

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